Pubblicato il: 01/01/2019
Ero poco più di una bambina quando mi sorpresi a pensare alla felicità. Era nitida, era un’immagine: un abito da sposa, l’uomo perfetto, dei bambini perfetti e un lavoro redditizio e di soddisfazione. Eccola qui in poche parole la trappola dell’immaginario, dell’idea di qualcosa che dia la felicità. Separarsi dall’idea è una delle tappe inevitabili di un’analisi. Certo l’idea di una bambina cambia nel tempo, ma qualcosa di quell’idea precostituita di come essere felici non se ne va se non si incontra alcunché del proprio inconscio. L’immaginario è la fotografia mentale a cui talvolta incolliamo il destino della nostra vita e attraverso quella via crediamo di imbatterci nella felicità. Vorrei introdurre questa sera un piccolo contributo intorno al concetto di felicità a partire da Freud e da un film in particolare, che racconta la trappola dell’immaginario in modo singolare e che ci inganna per un certo tempo su quale possa essere la ricetta della felicità, per poi svelarcene il carattere effimero ed evanescente. Sono le immagini di Midnigth in Paris, ultimo film di Woody Allen, a condurci oltre l’immagine stessa e ad avvicinarci alla questione della felicità.
Freud lo dice egregiamente nel testo Il Disagio della civiltà. La felicità è solo episodica. “Qualsiasi perdurare di una situazione agognata dal principio di piacere produce soltanto un sentimento di moderato benessere; siamo così fatti da poter godere intensamente soltanto dei contrasti, mentre godiamo pochissimo di uno stato di cose in quanto tale” (S. Freud, Il Disagio della civiltà, in Opere, Bollati Boringhieri, Torino 1989, Vol. 10, p. 568). Una fra le vie privilegiate intraprese dal soggetto per raggiungere la felicità sembra essere l’amore. L’amore sessuale, dice Freud, ci procura la più intensa esperienza di una travolgente sensazione di piacere, fornendoci il modello di quel che cerchiamo quando inseguiamo la felicità. Ma mai, sottolinea Freud, “come quando amiamo prestiamo il fianco alla sofferenza” (Ibidem, p. 574). Dunque anche il modello dell’amore vacilla e ci conduce a provare attimi di felicità alternati alla più profonda infelicità.
Il principio di piacere punta alla felicità, ciascuno di noi cerca la felicità, ma questo non toglie il fatto che il programma che ci è imposto dal principio di piacere sia irrealizzabile, strutturalmente irrealizzabile. La conseguenza di ciò, secondo Freud, non è abbandonare il tentativo di incontrare la felicità, ma sapersi accostare ciascuna volta all’incontro inedito con una felicità propria, particolare, non condivisibile, soggettiva, che soprattutto non ha nulla a che vedere con la felicità degli altri. Il soggetto nevrotico insegue la felicità in una sorta di accecamento, che lo porta ad interessarsi alla felicità altrui. La propria felicità è sottratta, ostacolata, impedita dagli altri. In breve, se ci pensiamo, è la felicità dell’altro a risultare insopportabile perché mina il principio di parità e istituisce l’invidia come sentimento originario e fondante. Come si può infondo invidiare un godimento di cui non si sa nulla. Eppure accade: 1 S. Freud, Il Disagio della civiltà, in Opere, Bollati Boringhieri, Torino 1989, Vol. 10, p. 568. 2 Ibidem, p. 574. siamo gelosi, l’altro ci appare più felice di noi. L’altro ha quello che servirebbe a noi per essere felici, ma il punto è che se quell’avere fosse nostro, nulla trasformerebbe il nostro sentire in felicità. Questo perché non è a partire da ciò che si ha che si può essere felici, ma forse da ciò che manca, da ciò che è precario, che introduce l’alterità.
In Midnight in Paris un uomo di successo fa un viaggio a Parigi e in questo viaggio si accosta a un desiderio nuovo: scrivere un romanzo. E’ un desiderio informe, non compreso da chi gli sta vicino e da lui stesso, è qualcosa che sorge nel soggetto al di là di ciò che vuole con la ragione. La fidanzata e i genitori della stessa sono presi nell’organizzare le sue nozze, nozze che non sembrano più riguardarlo. Lui vuole scrivere e immagina (l’immaginazione è in realtà reale anche se solo per il protagonista) di cambiare epoca storica e incontrare scrittori e autori da sempre ammirati nei ruggenti anni 20 a Parigi. Incontra degli scrittori e artisti-Ideali (Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Salvador Dalì) nelle vie che lo portano a desiderare, ma non sono gli Ideali a fornire la risposta, sarà invece la rinuncia agli stessi a fargli sperimentare il presente in modi prima sconosciuti. In un'altra epoca il protagonista incontra qualcosa che si avvicina al vero, accoglie le sue modalità sintomatiche e preziose di fare legame, scopre il potere della negazione. In altre parole incontra una verità scomoda ma rivelatrice: non è questione di epoca. Non è in un altro tempo che può scrivere o amare diversamente, la sua opportunità è il suo tempo, il prezzo da pagare per non essere profondamente infelice è non tradire il suo desiderio più nascosto, ciò che lo causa come soggetto. Scrivere lo avvicina a questo desiderio, trovare il coraggio di perseguirlo lo umanizza, lasciandogli la possibilità di accogliere diversamente le sue mancanze, le sue difficoltà nel non riconoscersi felice a partire da ciò che vuole l’Altro, il sociale, la famiglia.
La felicità sembra essere strutturata dal suo stesso punto di sottrazione. Quando pensiamo di raggiungerla è già altrove. Impossibile trattenerla. La felicità, ed è per questo che ho voluto parlarvi di questo film, ha la stessa natura del tempo. Pensarla comporta un lavoro sulla temporalità. Forse è un contrattempo, un incontro sempre mancato o troppo atteso. Non possiamo non riconoscerla se non in un dopo, quando è già passata, forse per questo ascoltiamo spesso frasi come: “Allora sì che ero felice”.
Freud