Pubblicato il: 02/01/2020
Accorgersi di qualcosa è davvero un movimento straordinario, mai scontato. Ci si accorge di una differenza solo a partire da ciò che si registra uguale giorno per giorno e dalla possibilità che l’uguale, a un certo punto, presenti una qualche sfumatura. Il Centro Psicoanalitico di trattamento dei malesseri contemporanei – onlus (CePsi) di Torino, nelle sue sezioni di accoglimento (dove si può essere accolti senza un appuntamento già preso) e di trattamento, è la scommessa di trasformare ogni volta qualcosa di questo uguale, in cui sembra cadere l’essere umano, in altro.
Occorre qualcosa di traumatico, qualcosa che faccia trauma perché un soggetto possa introdurre “un prima” e “un dopo”. Si può ascoltare un soggetto dire: “Prima stavo bene e ora niente ha più senso” o ancora “il corpo si ammala, è stanco, rigido, vuoto”.
Spesso il dolore è talmente informe che il sintomo arriva dopo, dopo che si è parlato con qualcuno, è quasi come se dovesse prendere forma o ancora lo si scopre parlando.
Per esempio qualcuno si rivolge al CePsi perché è stato lasciato dalla fidanzata, per dire poi che soffre di insonnia.
Il soggetto non dorme più, neanche il corpo dorme più, e questo in realtà accadeva già prima.
La fine della storia, che sembrava il problema, non fa che toccare il corpo in un vecchio problema, sopito, addormentato... ecco che il trauma risveglia!
Non lo si può certo dire così a qualcuno che soffre, ma occorre tenerne conto perché in quella sofferenza vi è sempre una causa soggettiva che non c’entra con la realtà esterna ed è questa causa la vera risorsa del soggetto.
Se tutto dipendesse dalle contingenze della vita sarebbe davvero un “impossibile” poter tornare a sorridere, invece è sempre a partire dal modo in cui il soggetto vive la contingenza, dal modo in cui vive il reale che può nascere una differenza.
Come già sosteneva Freud ne Il disagio della civiltà(S. Freud, Il disagio della civiltà [1929], in Opere, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978.), testo più che mai attuale, l’uomo è fatto per godere di istanti di felicità, ogni condizione che perdura è soggetta all’insoddisfazione.
Scriveva Freud: “Qualsiasi perdurare di una situazione agognata dal principio di piacere produce soltanto un sentimento di moderato benessere; siamo così fatti da poter godere intensamente soltanto dei contrasti, mentre godiamo pochissimo di uno stato di cose in quanto tale”(Ivi, p. 568).
Quando tutto è uguale, quando un operatore è uguale a un altro operatore, quando c’è un protocollo per ogni cosa, quando i cavicchi entrano in tutti i buchi regna sovrana la morte, quella pulsione maligna e leggera di cui già parlava Freud(Cfr. S. Freud, Al di là del principio di piacere [1920], in Opere, vol. 9, Boringhieri, Torino 1977.). La
“pulsione di morte” è spinta all’inerzia, è la pulsione sovrana di una certa burocrazia, è ricerca dell’identico che non fa altro che omologare e atterrire i soggetti.
Identico ha a che fare con identità, essere uguali a qualcosa, essere identificati a un’idea di sé, ecco un altro pericolo, ecco un’altra versione della pulsione di morte.
“Sono fatto così, io sono proprio così… non farei mai questo, non farei mai quello...” e rapidamente, ciò che è una promessa all’umanità, diviene una profezia verso cui sprofondare.
Si fa tutto ciò che si dichiarava non si sarebbe mai fatto, e insorge l’angoscia (finalmente non tutti i cavicchi entrano nei buchi).
Si è prossimi a qualcosa di indicibile, di oscuro, l’angoscia non mente(Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro X. L’angoscia [1962-1963], Einaudi, Torino 2007, p. 83.), segnala che il soggetto è bucato dai significanti, dal reale.
Anche i corpi sono toccati, sono toccati realmente e cambiano, si modificano con i soggetti.
Per la psicoanalisi lacaniana il soggetto non è il suo corpo, il soggetto ha un corpo, che è un corpo in frammenti, un corpo che vive l’illusorietà dell’uno grazie all’immagine: “Sono ciò che vedo”, ma nell’immagine c’è qualcosa di piatto, manca una dimensione terza che non è lì, che viene dal campo dell’Altro.
Posso accoglierla o non volerne sapere, e di questa scelta farò la mia vita.
Al CePsi si possono incontrare e ascoltare soggetti che vivono un primo o anche un vecchio smarrimento, soggetti che si raccontano a partire dal corpo che hanno o pensano di avere.
Ciascuno ha il corpo che pensa di avere, perché il corpo non è l’organismo che ci dà una qualche sopravvivenza senza che se ne possa dire molto, il corpo è già di stoffa significante.
Ricordo L. quando anni fa si presentò al CePsi con un filo di voce, dentro questo soggetto vi erano urla potenti, dolore, disagio e l’abisso in cui si trovava ancora adolescente, presa dal bisogno di bere alcool senza che nessuno se ne accorgesse.
Il problema che urlava senza quasi parlare e avendo un sol filo di voce era “nessuno se ne accorge”.
Allora, mentre ascoltavo L. alla segreteria dell’accoglimento (luogo deputato a una prima accoglienza), pronunciai poche parole, ma ricordo che i miei occhi non la lasciarono sprofondare.
La guardai con un sorriso e le dissi: “Adesso che ci siamo accorte di ciò che le capita, vuole prendere un appuntamento?”
Dopo anni, mi accade di incontrare questa giovane in sala d’attesa, non credo abbia un ricordo del nostro colloquio, quando la incontrai non esisteva quasi come soggetto, era completamente afona e priva di parole da dire, smarrita.
Ora mi pare di vedere una giovane donna che ha un filo che la porta al CePsi, un filo su cui tessere qualcosa, un filo attorno a cui il corpo si è vivificato, un luogo che la attende e che si è accorto di lei.
Ho saputo, dalla terapeuta che la incontra, che studia e che vuole fare una professione.
Non chiedo mai di come prosegue un trattamento per un soggetto a cui ho preso un appuntamento, ma di lei chiesi.
Il suo corpo mi pare più vivace, dinamico e ne volli sapere qualcosa.
Il corpo si vitalizza quando un soggetto inizia un lavoro di parola, risponde del lavoro significante, si fa abitare diversamente dal linguaggio dopo un’analisi, ma anche dopo pochi colloqui ci sono degli effetti concreti.
Corpi nuovi, un corpo che parla di sé, che si racconta cambia anche nell’immagine con cui si offre all’altro.
Quando dico che ciascuno ha il corpo che pensa di avere dico proprio questo: i significanti in cui siamo immersi modificano la nostra persona e quando parliamo questo effetto di essere bagnati dal linguaggio si sente, si percepisce.
Mio figlio che ha tre anni enuncia: “Mamma mi sanguina il naso”, mi avvicino e mi accorgo che il suo nasino cola perché raffreddato, per lui quella sensazione di bagnato sotto la narice si sposa con le parole del fratello maggiore che tende a un’epistassi frequente.
Ciò che bagna l’altro bagnerà anche me: ecco come un terzogenito può costruire il corpo sulle orme di chi viene prima di lui.
Non esistono ideali educativi o di cura, non vi è alcuna pedagogia perfetta a cui appellarsi, è tutta una questione di saperci fare giorno dopo giorno e di rinunciare a ciò che si sa già.
Rousseau scrisse l’Emilio(J.-J. Rousseau, Emilio, Armando Editore, Roma 2013) per costruire ciò che mancava a lui stesso.
Cercò, nella natura, le risposte che l’essere parlante non dà, ma non lo fece andando nella natura, lo fece scrivendo, con i significanti, con le parole.
Si cresce con le parole, non esistono modelli perché i modelli, come le procedure, impediscono al soggetto di accorgersi di qualcosa, mentre sono i particolari, ciò di cui ci accorgiamo, che ci possono portare un po’ più in là.
I malanni che abbiamo li raccontiamo prima di tutto con il nostro corpo, che non è solo l’immagine, è ben di più, è il modo in cui le parole ci hanno toccato, è il marchio che ci contraddistingue, che decide dello stile con cui parliamo, con cui abitiamo la carne.
Il socio, che sia in ascolto come terapeuta al CePsi o che accolga un soggetto per un colloquio di prima accoglienza deve poter decifrare qualcosa di un corpo che arriva, scommettere sulla singolarità di quel dolore alla schiena, di quella parola
rotta dalle lacrime, di quell’astenia continua affinché il corpo prenda parola e si lasci toccare dai significanti in modi nuovi. L’intervento del terapeuta, il silenzio, la parola, l’atto ciò che crea un’effrazione nel dire e lo rinnova sono benvenuti.
Vanno verificate alcune condizioni e poi, se opportuno, sarà importante che un soggetto si ascolti parlare, si accorga.
Chi viene al CePsi porta il disagio di questa civiltà e lo porta incastrato con il suo, come una sola palla infuocata su cui ogni volta bisogna soffiare qualora si tratti di dire di più, placare perché non ci si bruci, o altro ancora.
Chi arriva al CePsi tenta di portare tutto il casino che ha dentro, fuori, e ogni volta che un soggetto cerca di parlare di sé dice più di ciò che vorrebbe.
Per esempio si può ascoltare qualcuno dire: “Non ho i soldi per pagare, ma non scappo non si preoccupi” per poi verificare che non si presenta la volta successiva mettendo in atto ciò che negava.
Accogliere una domanda implica dunque la responsabilità di non farla morire prima che sia davvero una domanda.
All’inizio è qualcosa, ma non è una domanda e la posizione della psicoanalisi è proprio quella di sostenere la persona affinché dia valore a ciò che dice.
Senza questo continuiamo a fare con i nostri atti ciò che denunciamo di voler cambiare.
Un giorno incontro in segreteria una donna di una certa età, ha appuntamento al CePsi con una collega.
La donna arriva trafelata e con più di venti minuti di ritardo, in un orario prossimo alla chiusura del Centro.
Entra spogliandosi con una certa irruenza e un certo fastidio per ciò che sta accadendo.
Sussurro: “Sono spiacente ma non è più possibile che lei sia ricevuta in colloquio...” mi guarda stupita, si siede sconsolata su una sedia disposta nella segreteria.
“E adesso come faccio io?”. La voce è nervosa e rotta allo stesso tempo, mi siedo e aggiungo: “Mi dispiace molto”.
Sta lì ferma e mi guarda, prosegue: “Sono partita tardi, ma pensavo di farcela”.
Aggiungo: “Talvolta c’è dell’incalcolabile”, poi prendo l’agenda ed enuncio: “Se vuole le prendo un nuovo appuntamento e cerchiamo insieme un momento che le permetta di tornare presto”.
Si risolleva e mi ringrazia, dice: “Sono partita tardi non potevo farcela, ma posso tornare”.
“Certo che può tornare!”, affermo con un certo entusiasmo.
Questa vignetta mi ha fatto pensare molto, non so nulla della terapia in corso con questa donna, ma ho avuto la sensazione che qualcosa del suo venire al Centro si fosse alleggerito con quell’errore di calcolo sul tempo.
Qualcosa le aveva permesso di chiedere di poter tornare il prima possibile perché ciò che perdeva iniziava ad avere un valore.
Il perdere l’appuntamento era forse ciò che doveva tollerare per riconoscere ai colloqui un posto.
Le cose cambiano e a volte non lo si vorrebbe proprio, a un certo punto qualcosa trova posto e allora cambiamo anche noi.
Freud