L’ amor proprio è il principio dell’immaginazione

L’ amor proprio è il principio dell’immaginazione
  • L’ amor proprio è il principio dell’immaginazione

Pubblicato il: 03/01/2020

“Senti delle voci”, dice tranquillamente la ragazza dai capelli rossi. “Senti qualcosa che non esiste. Tutto qui. So benissimo com’è, quando si sentono delle voci. Me l’hanno già spiegato, lo sanno tutti. Le voci si sentono soltanto nella propria testa. Ma io sento le voci di questi ometti nella mia macchina da cucire. E’ completamente diverso.” (Chiara Mangiarotti, Célin Menghi, Martin Hegger, Invenzioni nella psicosi, Quodlibet Studio, Macerata, 2008, p. 154).
Questo breve dialogo fra Unica Zurn e un’altra ospite di una clinica psichiatrica è riportato da Chiara Mangiarotti nel testo Invenzioni della psicosi a testimonianza dell’inutilità, in un caso di psicosi, quale è quello della poetessa Unica Zurn, di discutere sulla veridicità o meno della percezione di un soggetto. Le parole di questa paziente psicotica ricoverata in istituzione mettono bene in luce quanto la percezione di un soggetto corrisponda alla sua verità e all’analista non resti che accogliere il discorso come l’inizio di un nuovo apprendimento.
Cosa ci insegnano le invenzioni dei soggetti psicotici? Ho letto e riletto la questione attorno alla quale ho acconsentito a costruire questo lavoro, senza poter fare a meno di scomporre la frase nei significanti guida che ritrovo nell’elaborato: insegnano, invenzioni, soggetti, psicotici.
E’ proprio a partire dall’insegnamento che posso riconoscere il senso di una professione scelta circa 17 anni fa e di cui nel corso del tempo mi sono chiesta e ancora oggi mi domando il senso, anche solo un senso, quello che possa valere per me. Fare la psicologa, la psicoterapeuta, la psicoanalista nacque da un desiderio ed è questo che forse ne preserva ancora oggi quel famoso senso di cui parlavo: il desiderio di imparare dall’altro come e che cosa farne del vivere la vita. Ciò che sentivo vero, cioè vitale per la mia esistenza, era la sensazione che fosse nell’incontro, nella relazione di parola che avvenissero in me le più inaspettate modificazioni. Diventare psicoanalista per accogliere la sorpresa e la risorsa che provoca il discorso dell’altro e che è spesso sconosciuta a colui o colei che parla. Quante volte pensai ascoltando un amico a quante risorse vi erano nelle sue parole e a come incredibilmente passassero inosservate proprio a chi le emetteva.
Ci sono contingenze relazionali che cambiano la percezione di sé, che toccano l’inconscio e producono un cambiamento. Fra questi incontri l’incontro con la psicosi è ciò che ha avuto l’effetto più particolare e che mette in luce, almeno per me, la necessità di accogliere l’altro senza sapere nulla, di ascoltare il soggetto senza immaginare alcunché.
La tendenza nevrotica a interpretare la realtà secondo il filtro della proprio nevrosi è messa in crisi certamente dalla propria analisi personale, che ne svela l’aspetto fantasmatico, ma anche e in modo molto particolare dalla relazione con un soggetto psicotico. Lì si vede bene come pensare per l’altro, ascoltare per adeguare ciò che si ascolta ai propri costrutti, incasellare ciò che si ode in una definizione, equivalga a un fallimento terapeutico immediato.
Lacan ci ha sempre messo in guarda dal capire troppo, l’eccesso di comprensione conduce al ricorso all’immaginario e sposta l’attenzione dal soggetto dell’inconscio all’Io, perdendo di vista la particolarità unica del discorso del soggetto. Laddove questo insegnamento, che Lacan in fondo non fa che prendere dallo psicosi, si è reso atto nella mia clinica ho constatato in après-coup di aver fatto posto alla singolarità del soggetto nell’incontro, laddove non è stato così non ho fatto posto a quasi nulla.
In questo elaborato vorrei infondere qualcosa di quella che definirei l’etica del non comprendere troppo in relazione alla questione del corpo in particolare nella schizofrenia. Farò questo a partire da ciò che i così detti schizofrenici mi hanno trasmesso nel lavoro in istituzione.
L’invenzione nella psicosi è, la formulerei così, ovunque e al contempo da nessuna parte. Mi chiedo se si possa dire che è là dove l’analista la può registrare a partire dagli effetti che ha sul soggetto.
Daniela è la giovane ospite di un centro diurno, svolge colloqui settimanali con la sottoscritta con la finalità di essere sostenuta nella vita relazionale del centro, nelle scelte professionali e nella vita quotidiana. Daniela ha dalla sua parte una grande risorsa: l’ironia, che le permette di separarsi un poco dall’essere oggetto dell’Altro e in particolare dell’Altro materno. Le sue sedute si concludono spesso con delle trovate, invenzioni giornaliere, che la fanno alzare dalla sedia con una certa soddisfazione e che credo, la facciano tornare a parlare.
Daniela parla della madre e del suo corpo. Per quanto concerne la madre si tratta di separare, per quanto concerne il corpo si tratta di inventare un’unità corporea. La separazione è qualcosa che viene dal lato dell’analista, l’invenzione è dal lato di Daniela.

D: “Mia madre vuole avere sempre ragione, non mi lascia mai niente. Uffa…uffa”.
Terapeuta (alzandosi in piedi): “E le lasci le sue ragioni, ma si, lasci a lei la ragione. Suvvia!”.
D: “Beh in fondo anche io ho qualcosa, posso sempre tenermi i miei torti. Io ho i torti dalla mia parte”.

Questa vignetta clinica dice di un soggetto che in qualche modo si lascia sorprendere dall’incontro con il linguaggio e che può talvolta inventare qualcosa intorno allo sciame dei significanti che tendono ad invaderlo. Daniela parla molto fra sé e sé, racconta in seduta di questi dialoghi che ha con sé stessa allo specchio. In modo particolare utilizza lo specchio per rimproverarsi, dice a sé stessa come deve comportarsi e sottolinea come gli altri non la lascino mai in pace, la tormentino di domande e in particolare le dicano cosa deve fare come fosse ancora una bambina.
Al centro diurno svolge alcune attività di laboratorio che sembrano sostenerla nella relazione con i compagni, un’attività in particolare però rischia di divenire persecutoria in relazione allo sguardo dell’Altro e alla parte che occupa il corpo nell’attività medesima.
Daniela inizia un colloquio con queste parole: “Voglio smettere di andare in piscina perché l’acqua mi guarda quando sto per entrarvi. Tutti mi guardano mentre faccio la doccia, le mie compagne, lo so.”
Accolgo questa paura di Daniela e accenno alla possibilità che si possano costruire dei modi per continuare l’attività, senza dover stare in ciò che lei sente intollerabile, come per esempio poter fare la doccia in tempi un po’ differenti dalle compagne.
Daniela non parlerà più della piscina, ma alcuni mesi dopo scoprirò con sorpresa dagli operatori che, nonostante alcune difficoltà, Daniela ha imparato a nuotare molto bene e visti i risultati che la gratificano vuole continuare l’attività. Aggiungono inoltre che è necessario attenderla a lungo perché è solita uscire dall’acqua della vasca solo molto tempo dopo che le compagne sono andate a fare la doccia.
Mi sono chiesta se questa invenzione, suggerita in fondo dalla terapeuta, sia creativa o abbia invece caratteristiche di adeguamento. Personalmente non credo che Daniela si sia adeguata a nulla. Ritengo abbia accolto in sé la possibilità della separazione e l’abbia poi declinata secondo le sue inclinazioni personali. Ho scritto però questo frammento clinico proprio perché sia interrogato.
Per Daniela il corpo è in questione. In Schizofrenia e Paranoia Miller enuncia: “La teoria di Lacan non è un idealismo: il soggetto si sostiene sul vivente, anche se è l’effetto del significante” (J.-A. Miller, Schizofrenia e Paranoia, in La Psicoanalisi n. 25, Astrolabio, Roma, 1987, p. 38.) ed è in questo che risiede l’ambivalenza della condizione umana, essere corpo ma avere la parola.
L’uomo è corpo, prima di tutto corpo, ma essere corpo e non organismo è già un’operazione simbolica, non è una questione naturale. “E’ il corpo del simbolico che fa di un organismo un corpo.” ( J.-A. Miller, Ibidem,cit. p. 39). Sempre in questo testo Miller sottolinea come fra il soggetto e l’essere vivente esista un disaccordo originario. Mentre l’essere vivente ha sempre una funzione sessuale determinata, il parlessere è costituito da un godimento asessuato, che è di tipo autoerotico.
E’ a partire da qui che Lacan introdurrà il concetto di oggetto piccolo a andando a precisare il lavoro di Freud sulla pulsione e a separare sempre di più pulsione e oggetto. “Quel che si conosce, nella psicoanalisi, è il godimento di a. Succede che, effettivamente, è ripreso, arrangiato, coordinato al fallo. E’ un meccanismo complesso che riporta il godimento dell’oggetto piccolo a come asessuato al godimento sessuale, al godimento fallico e al godimento dell’Altro. Lo scarto si vede in questo: in definitiva per Lacan il fallo è posto come un sembiante, anche prima di averne inventato il termine” (J.-A. Miller, Ibidem, cit. p. 38).
Laddove manca questa coordinazione al fallo il soggetto diviene preda di un godimento senza legge, fuori regola, che lo invade nel corpo e lo aliena da sé stesso facendolo sentire fuori corpo.
Nella schizofrenia il godimento è sganciato dall’oggetto piccolo a, è godimento puro privo di localizzazione. E’ la metafora paterna a realizzare una normalizzazione di questo godimento asessuato tramite il sembiante fallico. “La metafora paterna è il principio della separazione, cioè il principio della localizzazione dell’organo-libido.” (J.-A. Miller, Ibidem,, cit. p.42). Quando questa metafora paterna fa difetto il godimento si trova privo di argini, sganciato da una localizzazione d’oggetto, lascia il soggetto schizo, fuori norma. Nella schizofrenia si compie secondo Miller una significantizzazione generalizzata del corpo ( J.-A. Miller, Ibidem, cit. p. 43). Mancando il fallo come significante a cui il soggetto può riferirsi per trattare il suo particolare modo di godere, tutti gli organi divengono oggetto di significazione e in questo senso escono dal corpo e invadono il pensiero.
“I nervi del naso si stanno calmando, ma i nervi del cranio mi danno fastidio, perché sento il sangue che defluisce dalla testa. I miei capelli si muovono, lo sento. Ho mangiato molto perciò sento la morte” (Chiara Mangiarotti, Célin Menghi, Martin Hegger, Invenzioni nella psicosi, cit. p. 243).
Lo schizofrenico è immerso nel linguaggio senza che questo linguaggio possa mai mordere il corpo, segnarlo simbolicamente. Il risultato è un corpo reale che si fa sentire nelle sue funzioni organiche e bussa alla mente del soggetto come evidenzia bene il ballerino russo V. Nijinsky nelle pagine dei suoi Diari.
Incontro Elena, un'altra ospite del centro diurno, per un solo colloquio dove emerge molto bene l’abisso in cui il soggetto schizofrenico è immerso, perso nel linguaggio e di conseguenza senza ancore nel corpo.
Elena è immersa in un fiume di parole che le e la parlano. Entra nella stanza per il colloquio, che ha più volte richiesto agli operatori, e si sdraia su un lettino medico posto vicino all’ingresso della stanza.
La invito a venire a sedersi vicino alla scrivania, ma non risponde. Dice di stare molto male e di non potersi muovere da lì. Prendo una sedia e mi siedo di fronte a lei, affinché possa vedermi. Le chiedo perché stia così male. Inizia a raccontare la sua storia. Fatico a comprendere il lessico delle sue parole, delira su una compagna del padre che vorrebbe la sua morte. Parla di una comunità alloggio dove vive in settimana e accenna agli incontri con la madre. Mi chiede più volte di essere massaggiata perché dice di non sentire più nulla. Delira nuovamente, ritiene di avere a casa sua una foto che mi ritrae. Le chiedo se c’è un momento o una situazione in cui si sente più serena.
Inaspettatamente risponde: “Quando faccio le valigie e preparo le mie cose sto bene, metto in ordine e piego i miei vestiti”. Ripeto questa frase sottolineando che il far le valigie è proprio una funzione interessante, è prepararsi a incontrare un altro luogo e a separarsi da quello in cui si è. Invito Elena a concludere il colloquio. Non le do nessun appuntamento, ma le dico che se ci saranno delle giornate di nuovo molto difficili potrà venire a parlare di come è stata capace di inventare una soluzione come quando fa le valigie.
Agli operatori molto preoccupati degli spostamenti di Elena fra comunità alloggio, centro diurno, casa paterna e materna ho detto che forse spostarsi non è così problematico per questo soggetto, quanto permanere in un luogo solo.
Il caso di Elena mi porta alla questione di un soggetto disabbonato all’inconscio.
“Se dico Joyce il sintomo è perché il sintomo abolisce il simbolo, se posso proseguire in questa direzione. Non si tratta solo di Joyce il sintomo ma di Joyce in quanto, se così posso dire, disabbonato all’inconscio. ”(J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII. Il sinthomo, cit. p. 161).
Il sintomo in Joyce è puro reale, come testimonia Finnegans Wake, testo intraducibile, privo di senso, che non aggancia nulla dell’inconscio del lettore, ma si lascia leggere perché si sente il godimento di chi l’ha scritto. Il discorso-delirio di Elena è inagganciabile, fuori senso, ma dice di un godimento soggettivo che domanda una regolazione, il cui delirio ne è in parte la soluzione.
Corpo, inconscio e reale acquistano un posto di rilievo nell’ultimo insegnamento di Lacan, con l’aiuto di Miller possiamo dire che il corpo parlante è l’inconscio e che il corpo parlante in quanto inconscio è il reale. (J.-A. Miller, Pezzi staccati, Astrolabio, Roma, 2006, p. 47). L’essere parlante ha un corpo in quanto crede nella sua consistenza immaginaria, ha un corpo a partire da come sono inanellati insieme il reale e il simbolico con l’immaginario. Questa consistenza immaginaria produce l’effetto di unità corporea che sostiene l’essere parlante e lo allontana dallo statuto primitivo del corpo, che è quello di essere in pezzi staccati. E’ necessario per ciascuno trovare un senso al proprio corpo, costruire un discorso intorno al corpo che faccia funzione di sembiante e veli il reale dell’organo. Nella schizofrenia il soggetto deve trovare una funzione agli organi, anche loro pezzi staccati. “Lì vediamo dispiegarsi il fenomeno della frammentazione quando non ha avuto luogo l’operazione di unificazione immaginaria.” (J.-A. Miller, Ibidem, p. 14).
Lacan insegna come l’uomo creda di avere un corpo, perché il corpo è la sola consistenza di cui dispone il soggetto, consistenza che Lacan precisa essere mentale perché il corpo se la squaglia ad ogni istante ( J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII. Il sinthomo, cit., p. 62).

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