Pubblicato il: 07/01/2020
Che cosa sia un corpo, che cosa lo tenga in piedi, lo faccia esistere è una questione aperta, priva di risposta, un enigma. Al di là delle definizioni di corpo della medicina, dell’anatomia, un corpo non è mai solo un organismo così come non lo si può ridurre a pura materialità. Un corpo risente dell’incontro particolare e singolare con la lingua e con i singoli significanti che la costituiscono. I corpi, in modi differenti e sintomatici, rivelano qualcosa di ciò che concerne intimamente un soggetto e in questo risiede l’al di là della materia. I corpi possono dire ciò che la parola non sa esprimere come ci ha insegnato Freud con l’isteria in modo esemplare. Nel testo di Lacan Il sintomo, indicatoci in bibliografia (J. Lacan, Il Sintomo, “La Psicoanalisi”, N. 2, pp. 11-34 (1987)), Lacan ritorna ai testi freudiani e cita due capitoli in particolare dell’Introduzione alla psicoanalisi (S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917), in “Opere”, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino, 1989) dedicati al sintomo dove emerge con forza come i sintomi diano parola ai corpi. Se esiste un senso nel sintomo è perché vi è un dire del corpo, diversamente non vi sarebbe senso reperibile. L’essere umano ha un corpo, un corpo che può dire laddove vi sia qualcuno che possa leggere questo dire come avviene in un lavoro analitico. Le cose si complicano e al contempo divengono interessanti nel momento in cui parlare di questo corpo che si ha, mette in campo il rapporto dei soggetti con l’immagine del corpo. Lacan scrive: “Se l’uomo non avesse ciò che si chiama un corpo, non dico che non penserebbe, poiché questo va da sé, ma non sarebbe captato così in profondità dall’immagine di questo corpo. L’uomo è captato dall’immagine del suo corpo” (J. Lacan, Il Sintomo (1975), “La Psicoanalisi”, cit.). Risiede qui, in queste parole ciò che personalmente leggo come imbroglio. L’uomo, la donna si imbrogliano perché parlano e perché hanno un’immagine del loro corpo. In Biologia lacaniana ed eventi di corpo Miller scrive: “Ancora più semplicemente si può dire che il soggetto, a partire dal momento in cui è soggetto del significante, non può identificarsi con il proprio corpo ed è da lì che prende il via il suo affetto per l’immagine del suo corpo. L’enorme bolla narcisistica, caratteristica della specie, procede dal difetto d’identificazione soggettiva con il corpo” (J.-A. Miller, Biologia lacaniana ed eventi di corpo, “La Psicoanalisi”, N. 28, p.24 (2000)). Qualcosa non torna, l’immagine del corpo allo specchio non è il corpo nella sua interezza seppur ne sia l’immagine, c’è sempre qualcosa che difetta. La spinta dei soggetti parlanti è nella direzione di soffocare, di non vedere questa falla inevitabile. Che le parole e i corpi siano così annodati lo si legge con grande interesse nel testo di Catherine Vacher dal titolo Restare incinta contenuto nel volume di Miller Gli imbrogli del corpo (J.-A. Miller, Gli imbrogli del corpo, Borla, Roma 2006). Il testo riporta il caso clinico di una donna che Catherine Vacher incontra in un ambulatorio di ginecologia per un problema di sterilità. La Vacher scrive: “L’ho ricevuta come medico, impegnata a tentare di far emergere dalla sua domanda qualcosa del soggetto”. Nella lettura del testo si coglie bene come ciò che produrrà un effetto inaspettato è legato alla posizione del curante e ad una rinuncia in merito al sapere medico. E’ infatti nel momento in cui la Vacher interviene nel legame limitandosi a dire che la risposta al trattamento medico talvolta si rivela enigmatica, è proprio qui, in questa apertura, in questa posizione che non domanda nulla e accoglie, che il soggetto trova posto. Per questa donna era in gioco una presenza eccessiva, ingombrante, dell’Altro materno che le domandava di avere un bambino. Questa posizione dell’Altro, carica di ambivalenza, faceva impedimento alla gravidanza stessa. Questo caso mi ha fatto pensare ai discorsi che circolano nei reparti di ostetricia dove la donna che diviene madre è chiamata in modo quasi pressante, oggi in modo particolare, ad allattare. Medici e ostetriche premono nella direzione dell’allattamento a partire da discorsi che con sfaccettature diverse puntano comunque al naturale. Questa spinta al naturale non fa che avere un effetto paradossale: quello di eliminare ulteriormente quel poco di naturale che ancora permea un soggetto parlante o forse di mettere semplicemente in rilievo come l’allattamento non abbia in realtà nulla di naturale a differenza di ciò che accade nel regno animale. “Per il vivente che abita il linguaggio, l’organismo è immediatamente convertito in corpo. La vita è alienata alla dimensione simbolica in cui il corpo avviene: identificazione primordiale che ne trasforma e altera le caratteristiche naturali” (Alfredo Zenoni, Sintomo, corpo e reale, “La Psicoanalisi”, N. 2, cit., pp. 114-128). Come ci insegna Lacan nel testo I complessi famigliari nella formazione dell’individuo (J. Lacan, I complessi famigliari nella formazione dell’individuo, Einaudi, Torino, 2006), tutti i complessi e primo fra tutti quello di svezzamento sono intrisi di cultura e non hanno nulla a che fare con l’istinto. Per le donne l’allattamento è oggi talmente intriso di parole da divenire ciò che di meno naturale possa esistere. Una donna che diviene madre è confrontata a un rapporto nuovo con il proprio corpo, con l’immagine di esso e con i significanti che lo marcano: avrò latte a sufficienza? Non lo avrò? Sarà nutriente? I discorsi e le parole penetrano nel corpo modificando e snaturando qualcosa dell’organico e delle funzioni stesse di un organismo. Piovono per le giovani madri interpretazioni e letture fra le più diverse; le parole fissano qualcosa e imbrogliano al punto da far sperimentare con mano la non naturalità del corpo.
Freud