La parola propria a ciascuno

La parola propria a ciascuno
  • La parola propria a ciascuno

Pubblicato il: 04/01/2020

Perché la psicoanalisi? Perché aggiungo la psicoanalisi freudiana e lacaniana? Domandarsi oggi che senso può avere un’analisi è, a mio parere, quasi un’urgenza al fine di orientarsi nella varietà dell’offerta terapeutica contemporanea. La psicoanalisi è una prassi di cura? E se si, di quale cura si tratta? Sotto l’insegna psi sono nati nel secolo scorso molti indirizzi psicologici guidati però da etiche e metodologie estremamente differenti. Che cosa caratterizza una clinica psicoanalitica? A chi mi dice oggi, e talvolta succede, che Freud è sorpassato, antico rispondo come certamente la cura cambi con il procedere dei tempi, ma anche con l’invito a leggere Freud, perché chi lo trova antico di norma non lo ha letto.
La cura analitica è la cura del corpo attraverso la parola a partire dall’ipotesi che l’uomo e la donna siano dotati di un inconscio, in quanto esseri parlanti. Questa formulazione tiene conto della tesi di Lacan per cui l’inconscio è strutturato come un linguaggio. Lacan rilegge Freud e recupera la radicalità e la precisione dell’insegnamento freudiano a partire proprio dal concetto di inconscio. L’inconscio si mostra al soggetto nei sogni, nei lapsus, negli atti mancati, nel motto di spirito, è dunque in relazione strettissima con il linguaggio. Lacan riprende questo aspetto e lo pone a fondamento della sua clinica ampliando con la pratica le possibilità di intervento per lo psicoanalista, oggi impegnato nella clinica non più e non solo con le nevrosi. Freud e Lacan, con parole differenti, non fanno che sottolineare quanto la persona non sia padrona del linguaggio. Quando parliamo abbiamo l’illusione di scegliere le parole che pronunciamo, in realtà la scelta è determinata da motivazioni inconsce. Talvolta le parole parlano al posto nostro o forse ci parlano, nel senso che dicono ciò che non voleva essere detto. Qualcosa sfugge e quel qualcosa è l’inconscio, di cui non sappiamo nulla, se non a partire dall’ipotesi che esista. L’unica clinica che, nella pratica, prende in considerazione l’inconscio è la psicoanalisi.

L’inconscio è particolare a ciascuno ed è a causa della sua esistenza che lo psicologo, il terapeuta, il medico che intende lavorare secondo una certa etica non può esimersi dall’iniziare un’analisi.
“Chi abbia familiarità con l’essenza della nevrosi non si stupirà di sentire che anche colui il quale è perfettamente capace di esercitare la psicoanalisi sulle altre persone, può comportarsi come qualsiasi altro essere umano e produrre le resistenze più intense appena egli stesso sia fatto oggetto della psicoanalisi”.
Chi inizia un’analisi, che si tratti di un medico, di un artigiano, di un insegnante constata quanto il desiderio di iniziarla, la fiducia nel metodo e l’impegno cosciente a comprendere sé stessi valgano poco cosa rispetto al potere delle resistenze. Ciascuno nasconde a sé stesso il cuore della propria questione. E’ così solo a partire dalla mia analisi che posso autorizzarmi a svolgere la professione di psicologa. Come potrei sostenere un altro nell’impresa analitica senza aver sperimentato questo personalmente? Sarebbe come convincere qualcuno di cosa è bene e cosa è male per lui, senza aver la minima idea di cosa è opportuno per se stessi.

In analisi dunque il lavoro si compie parlando e quando si parla non si può che farlo a partire dalle proprie mancanze e dagli inciampi della vita, affinché nasca una parola nuova. Nell’immaginario comune l’inconscio è rappresentato come un buco, un luogo oscuro quasi dantesco in cui sarebbero sepolti vecchi scheletri, che l’analista avrebbe il compito di riesumare. L’analisi non è questo, non è ascrivibile ad una dimensione di verticalità come alcuni analisti hanno erroneamente trasmesso, è un percorso orizzontale dove si parla per imparare a parlare veramente. L’inconscio è una pausa nel discorso, si apre e si richiude come una fessura, pulsa come un battito cardiaco, appena si svela scompare nuovamente. Chi va oggi a parlare a un analista? Le persone si rivolgono a un curante a partire da uno stato di malessere e non può che essere questa la via di accesso. Le motivazioni sono differenti: fenomeni sintomatici nel corpo, stati acuti di sofferenza, emicranie, ansia, situazioni di dipendenza patologica e così via, ma tutte hanno alla base una domanda di guarigione, di cambiamento richiesto spesso in tempi rapidissimi.
Le persone vogliono guarire e subito, ma questa non è una novità. “Nessuno normalmente si aspetterebbe che un pesante tavolo possa esser sollevato con due dita come si trattasse di un leggero sgabello, che si possa costruire una grande casa nello stesso tempo richiesto per erigere una piccola capanna di legno; eppure, appena si tratta delle nevrosi anche persone intelligenti dimenticano la necessaria proporzionalità tra tempo, lavoro e risultato…La nevrosi è per questa gente una sorta di fanciulla in terra straniera. Non si sa da dove venga e perciò ci si aspetta che un ben giorno sparisca.”
Definirei la psicoanalisi un’arte logica fuori dal discorso comune, che permette a ciascuno di scoprire la propria particolarità. E’ arte in quanto creativa cioè unica, non esiste una cura che possa assomigliare ad un’altra anche per due soggetti sofferenti di quello che apparentemente è uno stesso sintomo (es. panico); è logica, in quanto mette al lavoro l’inconscio del soggetto, che è regolato strutturalmente come il linguaggio.
La psicoanalisi è creativa quanto rigorosa nel metodo e sopra ogni cosa non è una terapia basata sull’empatia, sulla comprensione dell’altro. L’empatia è una qualità importantissima nelle professioni di aiuto alla persona, ma non nella clinica, dove la persona chiede giustamente di essere curata non consolata o capita.
Per approfondire questo discorso sento la necessità di portare gli inizi della mia analisi, affinché l’esperienza possa dire ciò che le parole non riescono a trasmettere.
Seconda seduta: l’analista mi chiede: “Dunque lei cosa può pagare?” “Io, cosa posso pagare?” risposi. Rimasi sbalordita come se il mio mondo si fosse rovesciato o forse come se avessi rovesciato la mia vita nel senso comune delle cose. Dissi un prezzo, nel giro di due mesi non riuscii a pagare la cifra che io avevo stabilito. Incredibile! Avrei potuto proporre di meno ma non lo feci, così arrivai imbarazzata a dire: “Dott.ssa non posso più venire, non ho soldi per pagarla”. Frequentavo lo studio dell’analista due volte alla settimana. “Bene --‐disse lei--‐ d’ora in poi verrà tre volte alla settimana” e lì…in quella pausa fra la prima e la seconda parte della frase pensai: è impazzita o non mi ha sentita forse? “Verrà --‐ continuo--‐ tre volte e pagherà ciò che può”.
Uscii dalla studio pensando fra me: “Ciò che posso, non so cosa posso?”
Sono passati anni da allora e in tutta la mia vita nessuno mi fece una proposta tanto bizzarra eppure nessuno mi sostenne come allora. Lessi, con il passare del tempo, l’intervento dell’analista in questi termini: dovevo lavorare di più, ma a partire da ciò che potevo investire e non secondo una regola generale. Ebbi così, già all’inizio del lavoro, concreta testimonianza di cosa significhi desiderare.
Andai dall’analista tre volte alla settimana per un tempo discretamente lungo, e quel luogo divenne la dimora delle mie parole, il luogo da cui uscire e dialogare con l’altro. Per anni capii pochissimo di ciò che mi portava a tornare lì, eppure la mia vita cambiava e io con lei, senza retoriche né consigli. Parlavo e pagavo, nel senso che perdevo qualcosa, spurgavo il dolore di cui mi lamentavo e talvolta, da una seduta all’altra, di qualcosa non parlavo più, perché quella cosa non esisteva più per me. Era andata, consumata nel discorso e con lei gli effetti sul corpo. Raccontai per anni di un amore lungo e contrastato che pensavo mi avrebbe tormentato a vita. L’analista ascoltò ogni volta quel lamento con interesse e non me ne separò mai. Non mi convinse a lasciar stare, non mi spinse ad altro come il senso comune potrebbe far pensare. Ascoltò giorno dopo giorno le mie pene, ne sottolineò l’incoerenza talvolta, ne sorrise altre, ma non disse mai nulla. Un giorno esclamò: “Lei mi insegna che ci sono sofferenze a cui non è possibile rinunciare”. Ebbene vi rinunciai, dalla mattina seguente vi rinunciai completamente. Avevo detto e ridetto questo amore facendo ogni giro possibile del discorso. Fingevo di chiedere a Lei la risposta, ma la verità era che non vi era risposta, ero io che potevo porre la parola fine e lo feci di colpo, come se tutte le parole si fossero mangiate la spiaggia come l’alta marea. Qualcuno potrebbe chiedermi: non si poteva far prima, servono anni? Serve tempo, non anni necessariamente ma tempo. Il tempo di lasciare andare ciò a cui ci siamo fissati è un tempo di preparazione lungo, è però opportuno prepararsi al cambiamento. Se non lo si fa quando una mattina ci si sveglia liberi da quel condizionamento, si sarebbe impreparati al reale. Il tempo non è indispensabile ad affrontare il cambiamento (i cambiamenti possono avvenire in un giorno), ma è ciò che resta di quel cambiamento che è oggetto d’analisi. Il sintomo vela un buco e bisogna ricamarci un senso prima di poterlo vivere.

Si parla in seduta per scoprire che le parole hanno un peso, che scegliere le parole con cui ci identifichiamo e lasciarci definire da una parola o da un'altra ha un significato nel discorso e l’altro, che ne sia consapevole o no, coglie questo. Parlare è prendersi la responsabilità di ciò che si dice, anche quando non si voleva dire proprio quello per scoprire che come soggetti siamo sempre responsabili. Responsabili di cosa? Di avere avuto un padre violento o una madre depressa? Non certo di questo, ciascuno ha nella vita ciò che gli capita, responsabili però della posizione assunta nei confronti della situazione: di sottomissione, di ribellione, di negazione e così via. Non si inizia un’analisi per capire cosa si sarebbe dovuto fare o per sentenziare ciò che è giusto, non si tratta di questo: si va in analisi per comprendere la logica di ciò che si è fatto e per accettare che lo si è fatto, non si poteva fare diversamente o meglio ancora non si è fatto diversamente. Dall’analista si parla di ciò che ci riguarda e si mette in scena il proprio fantasma, il personale modo sintomatico di stare al mondo. Tutti pensiamo di essere buoni pazienti, ma dimentichiamo che lavorare con l’inconscio cancella i buoni maestri e i buoni allievi. Siamo esseri umani resistenti e bugiardi, nel senso che mentiamo con le parole per nasconderci ciò che segretamente sappiamo essere altra cosa.
Siamo ancorati ai nostri sintomi, segretamente innamorati dei vantaggi che la nevrosi ci offre, possiamo lamentarci una vita intera senza modificare nulla e godere segretamente di questo lamento. Possiamo però imparare a credere che il nostro inconscio possa darci le chiavi per una decifrazione dei sintomi. Per farlo c’è una sola regola da seguire ed è la regola fondamentale della tecnica psicoanalitica: “Ancora una cosa prima che Lei cominci. In un punto il Suo racconto deve differenziarsi da una comune conversazione. Mentre Lei di solito cerca, giustamente, di tener fermo nella sua esposizione il filo del discorso e di ricacciare tutte le idee improvvise e i pensieri secondari che lo intralciano, per non saltare, come si dice, di palo in frasca, qui deve procedere in modo diverso. Lei osserverà che durante il suo discorso le vengono in mente diversi pensieri, che vorrebbe respingere con determinate obiezioni critiche. Sarà tentato di dirsi: Questo o quello non c’entra oppure non ha alcuna importanza, oppure è insensato perciò non c’è bisogno di dirlo. Non ceda mai a questa critica e nonostante tutto dica, anzi dica proprio perché sente un’avversione a dire… Dica dunque tutto ciò che le passa per la mente”. Con le parole di Freud ecco enunciata la regola della libera associazione, l’analizzante (cioè colui che è in analisi) ha il compito di attenersi a questa regola, affinché il suo parlare possa scorrere e lasciar intravedere il singolare modo del soggetto di prendere le questioni della sua vita.

Le citazioni si riferiscono al testo di Freud “Inizio del Trattamento” 1913 contenuto in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi, Opere Vol. 7, Edizione Boringhieri, 1912--‐1914.

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